[Angouleme 2010] Calcagno su Archipel/BDanse

Ho incontrato Emilio Calcagno alcuni mesi fa, ad Angoulême, in occasione della fastosa ma piacevole inaugurazione del nuovo Museo del Fumetto. Le prime immagini del suo lavoro mi hanno accompagnato in questi mesi, lasciandomi la curiosità di assistere dal vivo alla sua performance di danza. Dopo avere rapidamente commentato questo progetto in un post precedente, ho pensato di chiedergli di presentare direttamente il suo lavoro.

MS – Emilio, qual è stato il percorso di questa tua iniziativa?

EC – Da almeno un paio di anni riflettevo su come far dialogare questi due linguaggi. Ho sempre pensato che nel fumetto, grazie al movimento dei corpi, ci fosse una relazione forte con la danza. Il problema è che provenendo, come ballerino e coreografo, da tipiche esperienze di scena, su palco, non riuscivo a mettere a fuoco come dare forma a questa intuizione in modo davvero interessante. Per questo ho passato due anni a trovare una via d’uscita a questa empasse. L’idea, discutendo anche con Jean-Philippe Martin e Gilles Ciment del Museo, alla fine è arrivata: fare qualcosa di diverso dalla scena, immaginando uno spazio diverso, con installazioni fondate sul concetto di una struttura cubica. Una stanza ispirata alla vignetta, ma lavorando su come questa vignetta può diventare “animata”, mettendola in relazione col movimento e progettandola e usandola in vari modi. Ho cercato di fare della danza una eco del fumetto, evitando sia un approccio didascalico sia una banale improvvisazione, e provando a scrivere una danza che fosse in osmosi con il ritmo del racconto, del disegno e delle atmosfere dei fumetti.

MS – Come hai scelto i fumetti cui si ispirano le diverse installazioni?

EC – Ho scelto fumetti e personaggi se vuoi classici, o un po’ desueti: Little Nemo, Krazy Kat, Lucky Luke, ma anche (non presenti in questa installazione per il Museo) Snoopy, Bécassine, Olivia, Mafalda. E ho cercato di dare loro una lettura contemporanea. La prima cosa che ho fatto, scegliendoli, è stato quindi pensare alla storia, ai colori, ai tempi scenici. Sono poi passato a scegliere alcuni autori di fumetto, cercando di trovare la sintonia giusta affinché potessero scegliere tra i diversi personaggi.

MS – Mi descrivi i tre lavori che fanno parte dell’installazione che hai presentato qui in questi giorni?

EC – Francois Ayroles è l’autore che ha scelto Krazy Kat. Subito. Forse anche per questo aspetto un po’ freudiano che aveva Krazy Kat, il suo essere insieme lui, se stesso e l’altro… Ayroles ha fatto quindi una maquette della scatola, creando l’idea della prigione. Francois nel suo modellino ha anche scelto e rispettato i colori del fumetto, persino nel look del ballerino (il grigio, il nero e il bianco come toni dominanti). La sabbia, inoltre, ha rappresentato una allusione al luogo desertico di Coconino County, dove è ambientata la strip. Il lavoro del ballerino, che si muove con la violenza di un prigioniero (Kat) d’amore, non è stato certo quello di fargli ripetere gesti come il lancio del celebre mattone – anche se nel suo stile abbiamo cercato di mantenere un certo senso di felinità.

Per Little Nemo il tedesco Tim Dinter mi ha proposto una ‘scatola bianca’ in cui fosse possibile creare una danza, insieme a un disegno che fosse davvero “disegno” (matita su superficie bianca) ma che andasse oltre al disegno stesso. L’idea di Little Nemo – che sogna, ha incubi, si sveglia, sussulta nel sonno – ci ha quindi portati ad immaginare un secondo piano della coreografia: il ballerino-personaggio dorme al di sopra del cubo, da cui scende, o rischia di cadere. Abbiamo poi affrontato il problema di come farlo muovere. Qui ho lavorato sugli stereotipi del bambino, come lo stupore (le alzate di spalle, o altri gesti tipici). Ma anche sull’idea di un inizio lento e poi un agitarsi, come negli incubi: per questo ho molto lavorato sul ritmo (inclusa la musica elettronica) e trasformato l’apparente regolarità del fumetto, con alzate di scatto, o forti rallentamenti. Un aspetto che mi ha posto molti probelmi è la celebre “caduta” di Nemo: nell’ultima vignetta di tutte le storie il personaggio cade sempre, con la coperta in mano. Ho voluto allora provare farlo scendere nel mondo dei sogni, creando questo buco nella scatola, in cui il ballerino si cala e appare come sagoma all’interno. Inoltre ci tenevo che il personaggio, a differenza del fumetto, non fosse un bambino: perché Nemo è un po’ come Petere Pan, oggi, e il tema del sogno e degli incubi appartengono a tutti.

Ruppert&Mulot sono invece la coppia di autori che è intervenuta su Lucky Luke. Devo dire che loro hanno operato un’inversione molto forte del fumetto: qui la ballerina hanno voluto che fosse una donna, pensando che un mito come Luke potesse essere trasformato dal loro umorismo concettuale e paradossale. La ragazza immagina come potrebbe essere l’esistenza di un Lucky Luke, e cerca di studiare e ripeterne i gesti, muovendosi, stirandosi, cercando di impugnare una immaginaria pistola… Il cubo qui è trasparente, e ospita – in trasparenza – i disegni di Ruppert&Mulot che così, in questa straniante sovrapposizione, sembrano proprio trovare una strada in perfetta sintonia con il loro lavoro autoriale.

Grazie a Emilio – e fine della chiacchierata. Nella videogallery (a sinistra) trovate un video di presentazione del progetto.


Una Risposta

  1. […] Eco) commissionato dal Museo del Fumetto di Angouleme, e ideato da un coreografo italiano (intervistato qui) che ha collaborato con autori come Ruppert&Mulot e Francois […]

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