Così si intitola un graphic novel che compie ormai 20 anni, tra i libri più interessanti usciti all’ultimo salone lucchese.
Le ragioni per leggere Finestre sull’Occidente non mancano:
- Felipe Cava e Raùl sono tra gli autori spagnoli più dotati e stimati degli ultimi vent’anni
- è un’opera sperimentale considerata tra i principali riferimenti culturali della scena spagnola dell’ultima generazione
- offre un ritratto dell’esperienza di vita nella Russia comunista, abbozzato nel tragico momento del suo disfacimento finale, in seguito ai viaggi dei due autori nel 1990/1992
- è uno di quei rari fumetti che riesce a dare conto poeticamente di una realtà sociale troppo complessa, forse, per essere descritta in presa diretta
La trama è semplice: una raccolta di parabole incorniciate dal filo rosso di un gruppo di persone che si radunano a cena, come ogni mese, a raccontarsi delle storie. In questo caso, le persone sono quattro amici russi, protagonisti di una sorta di Mille e una notte in miniatura, accompagnato da vodka, barzellette e disegni simbolisti. Ciascuno dei quali, a turno, prende a raccontare la propria storia, rappresentata da Raùl in stili ogni volta diversi, tutti tendenzialmente astratti.
“Finestra sull’occidente” è invece una espressione molto concreta: il nome che veniva dato a una bevanda fatta con Coca-cola e prodotti per pulire i vetri (contenenti alcolici), negli anni in cui Gorbaciov prese a razionare la vodka.
L’aspetto più forte del lavoro lo sottolinea bene Elettra Stamboulis, nella sua postfazione:
la narrazione si apre con una similitudine tra comportamento e fumetto che sarebbe piaciuta a Orlando Figes, lo studioso inglese che ha provato a ricostruire il privato e il non detto dell’epoca staliniana e sovietica in genere. Un’epoca che viene presentata dalla sua estesa ricerca come un periodo nel quale ciò che si diceva e ciò che si pensava non corrispondevano, o perlomeno andava fatta una selezione continua e attenta, una rimozione perspicace del verbale: come dice il protagonista, “ciò che penso può stare solo nelle didascalie, non nei balloon.”
Leggere una simile storia di sopravvivenza ostinata, mediata da uno humour insistito e dalla forza – quasi terapautica – della narrazione, non mette certo allegria. Ma attraversare una simile tristezza, indagando le paradossali strategie umane per superare le più cupe bufere della Storia, finisce per offrire l’opposto della depressione: una straordinaria doccia di energia, come solo può fare chi riesce a farci percepire la potenza del dono dell’intelligenza, attiva anche là mentre la Storia provava a schiacciarla.
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