Il fumettista milionario (con azioni Facebook)

David Choe è sostanzialmente uno sconosciuto, tra i fumettòfili. Solo ai tempi della quotazione in Borsa di Facebook (?) se ne parlò un po’. Tanto da finire in cronaca, e in una gallery di Repubblica, per capirci. Ma se l’informazione (soprattutto) nostrana, allora, non ne descrisse che parzialmente le radici artistiche nei comics, è vero che persino l’informazione specializzata in fumetto si fece del tutto scappare la notizia. La notizia di come un fumettista, da semisconosciuto talento della scena indie sia diventato uno degli artisti più ricchi dei nostri tempi.

Peraltro, a questa vicenda di mesi fa ho trovato un seguito recente. O, meglio, un sorprendente ‘codino’: un aneddoto strampalato – e grottesco – che coinvolge Daniel Clowes. All’ultimo paragrafo, sia chiaro.

Quotazione di Facebook, dicevo. Perché la notizia era -ed è- la seguente: David Choe possiede un pacchetto di azioni Facebook. Il loro valore, stimato nei giorni dell’IPO, era intorno ai 200 milioni di $.

Quelle azioni vengono da una vicenda di qualche anno prima. Choe era stato chiamato nel 2005 da Sean Park, allora presidente dell’azienda, per decorare le pareti di alcune stanze della prima sede di Facebook, a Palo Alto. Il compenso pattuito era di 60.000$. In alternativa, Parker gli offrì, come era abitudine fare, alcune azioni dell’azienda. Choe scelse di scommettere sulle azioni della società. E con la quotazione lo scorso Maggio, la scommessa si è trasformata in un patrimonio. Tale da convincere il New York Times a menzionare Choe, “il graffittaro diventato milionario”, come caso esemplare tra i nuovi “arricchiti da Facebook”.

Qualche foto degli interventi di Choe, con presenza in scena dello stesso Zuckerberg (altre sono qui):

Lungo tutto l’anno, fin dall’approssimarsi della quotazione, Choe è diventato una quasi-celebrità, attirando curiosità, stupore e morbosità da perfetta “barzelletta mediatica”. Choe il decoratore/graffittaro/disegnatore milionario (ingredienti già buoni per dozzine di titoli), è riuscito a incarnare la vecchia fiaba dell’uomo (quasi) comune divenuto improvvisamente ricco. Qui in salsa hip: l’artista scapestrato – il beautiful loser – diventato ricchissimo. Secondo qualche tentativo nel far di conto, David sarebbe quindi il quarto artista più ricco vivente:

  1. Damien Hirst – 1 Billion USD
  2. Jeff Koons – 500 Million USD
  3. Jasper Johns – 300 Million USD
  4. David Choe – 200 Million USD

E di media in media, Choe è arrivato ad essere intervistato in radio da Howard Stern. Per il quale ha realizzato questo:

E dopo Stern, Choe è stato intervistato anche da Barbara Walters per la ABC, con tanto di gustosa performance ‘collaborativa’:

Prima dell’ondata di visibilità mediatica che mi ha permesso di scoprire la bizzarra notizia su Facebook, di Choe sapevo solo alcune cose.

Dal mio punto di vista, la scoperta di questo artista koreanoamericano è stata una delle tante fatte leggendo Giant Robot magazine, una delle riviste più stimolanti degli anni zero (chiusa nel 2011). Se non la conoscete, vi siete persi qualcosa. Grosso modo, il periodico più eclettico nel raccontare l’evoluzione della creatività dei “figli della asian invasion”: l’influenza della pop culture asiatica in Occidente, osservata nel suo penetrare i rivoli più diversi dell’industria culturale, e raccontata dal punto di vista soggettivo di una nuova generazione di asianamericans e dei loro contatti worldwide. Un melting pot vero e intenso, insomma; un melting pop incasinato, casinista, vitale e interessantissimo.

Di Choe quello che mi colpì non era niente di troppo originale, anche se interessante, e in perfetta sintonia con lo spirito di Giant Robot (lato ludico a parte). Mi intrigava il segno – nei disegni in bianco e nero più che nei murales ipercromatici – per il suo agitato, quasi rabbioso nervosismo, affidato a una linea a metà tra sketch libero e controllo, in parte confusa e in parte elegante, strillata ma talvolta introversa. Fogli stracolmi e illeggibili accanto a fogli chiari e suggestivi; scenari desolanti e violenti accanto a strambi tecnocorpi, incursioni porno, e faccine idiote. Un segno dotato di un vitalismo evidente e debordante: un “disegno antipatico” (quante smorfie, facce arrabbiate, deformità), immaginifico ma crudo, con svolazzi da tag e stilosità grafiche, certo, mai dominanti. Forse il lavoro di un tizio un po’ brusco, il caratteraccio di un dropout rissoso; magari un tizio suscettibile, con alle spalle qualche brutta esperienza di strada mal digerita (vero, peraltro).

Insomma, uno stile ai miei occhi meno forte di Blu o Ericailcane o Barry McGee (street artist che apprezzo o conosco meglio), ma certamente più istintuale. Il lavoro di qualcuno di cui si percepisce un’urgenza caotica, piuttosto fisica, e che – a differenza anche della fotografia di un Ed Templeton – pare sempre in fuga dall’estetizzazione: sempre energico, ma male ‘arrangiato’. Uno che in carcere ha disegnato con la propria urina; oppure che ha usato il proprio sangue, dopo essersi preso a cazzotti. Un violento romantico. Un artista che ha talento ma idee confuse nella ricerca formale; o con qualche problema di autostima; o che gigioneggia in una direzione consapevolmente cruda.

Forse solo un casinaro; forse uno molto bravo. Un insieme delle due cose, probabilmente.

Al di là delle considerazioni sullo stile, la sua storia mi/ci interessa per una ragione semplice: Choe è un praticante di fumetto e arti grafiche.

Un disegnatore di talento che, adolescente, si muove pubblicando illustrazioni, facendo graffitti qua e là, sognando una carriera da disegnatore e fumettista (per cui studia al CCA, appassionato allievo di Barron Storey) e autoproducendo varie fanzines, fino a mettere insieme un fumettino di 34 tavole, Slow Jams. Nato da una storia abbozzata (narra la leggenda) in una notte, nel 1996, quell’albo viene completato nel 1998 e portato da Choe a San Diego Comic-Con nel ’98, per regalarlo o venducchiarlo per qualche spicciolo.

Passato tutt’altro che inosservato, l’albo vive presto una seconda vita. Choe lo presenta alla Xeric Foundation di Peter Laird (quello delle Tartarughe Ninja), e vince un finanziamento – 5000$ – per farne un’autoproduzione ‘vera’, curata, espansa, rifinita. Slow Jams, versione Xeric, lo fa notare come uno dei talenti dell’anno 1999, nel fumetto e nell’illustrazione, aprendogli diverse porte. Nello stesso 1999 espone per la prima volta i suoi lavori; in una mera gelateria, sì, ma posta nella zona di Melrose Avenue a L.A., quartiere creativo in ascesa. Le richieste iniziano ad arrivare: pubblicità, grafica, gallerie – e fumetti, ancora (la rivista NON curata da Jordan Crane, per dire).

Slow Jams, insomma, graphic novella da 4$ il cui valore pare ormai schizzato (su Amazon, oggi gira in 5 copie con prezzi incoerenti, da 100$ a 1.500.000$), incarna più di ogni altra opera la maturazione e la svolta nella carriera artistica di David Choe. Choe il fumettista, affermatosi poi come graffitti artist e disegnatore per gallerie e agenzie creative. Choe il ‘decoratore’ di Facebook, nel 2012 diventato milionario grazie al valore acquisito dalle azioni ricevute 7 anni prima.

cover di Slow Jams, finanziata da Xeric

un frammento dagli interni – foto (c) garann I Flickr

Oltre a riportare alla luce la vicenda del fumettista – che lo si voglia considerare “ex” o meno – arricchitosi con Facebook, come vi dicevo, volevo aggiungere un elemento: un dettaglio curioso sul rapporto tra Choe e il fumetto. Leggendo il numero settembrino del newsmagazine d’arte Juxtapoz, e soffermandomi sulla cover story dedicata a Dan Clowes, ho trovato un passaggio interessante.

Scorrevo le parole di Clowes che, intervistato, rispondeva a una domanda sulla storia dei rapporti intrattenuti con i suoi lettori. Una domanda assai geek, fatta per satireggiare sui retroscena, provando a sondare eventuali “storiacce” di scambi epistolari con strambi soggetti: si sa, la storia del fumetto è fatta anche di memorabili letter-hackers.

Ed è proprio a quel punto che ho ritrovato David Choe. Così:

JXT: Do you have any crazy fan mail stories?

CLOWES: Back in the old days, when I actually used to get mail, I got all kinds of crazy stuff. People would get pissed off at my comics. One time a guy ripped up all my comics and sent them to me. People would write and draw twenty-page stories about coming to my house and killing me.

JXT: What?!

CLOWES: Yeah, in fact that guy David Choe did a story about coming to my house and beating me up. After he got all his Facebook money, I was trying to figure out if I could sue him for like, eight million dollars, retroactively [laughs]

JXTP: Was it a joke about envying your skills or something?

CLOWES: I don’t know. At the time I’d never heard of him. He was just some art student.

Serve aggiungere altro? Una gran bella crazy fan mail story. In puro stile Clowes. E in puro stile Choe, naturalmente.

Bonus track. In una tavola, Keith Knight, fumettista afroamericano, si prende gioco di Choe, al contempo come asianamerican, artista, e fumettista indie.

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3 Risposte

  1. ah ah ah, molto interessante, questa storia non la sapevo. Adesso ho il terrore di rileggere le storie su NON. Me le ricordo come una specie di Greg Araki a fumetti.

  2. [...] David Choe è sostanzialmente uno sconosciuto, tra i fumettòfili. Solo ai tempi della quotazione in Borsa di Facebook (?) se ne parlò un po’. Tanto da finire in cronaca, e in una gallery di Repubblica, per capirci.  [...]

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