Topolino raddrizzato da Tezuka

In un articolo recente, il bravo ‘manganauta’ Ryan Holmberg ha offerto una interessante rilettura della discussa, ambigua, favoleggiata relazione tra Osamu Tezuka e il Topolino disneyano.

La sua tesi è questa:

Dal suo arrivo in Giappone nei primi anni 30, Mickey Mouse divenne un’icona dell’umorismo. Per alcuni era anche un ambasciatore dell’ingenuità americana e della qualità americana negli aspetti di produzione. Ma grazie alle deboli protezioni dei copyright per le properties straniere, e alla sua resa da parte di produttori non necessariamente attenti a privilegiare una riproduzione fedele o precisa della sua immagine, in Giappone Mickey divenne anche un’icona dell’appropriazione culturale e dei suoi effetti collaterali, come una personalità modificata e un design degradato.

Tutto ciò proseguì nel primo dopoguerra. Ma verso la fine dell’occupazione, una serie di forze contribuì a “correggere” l’immagine di Topolino. Tra loro c’era Tezuka Osamu.

Per Tezuka, ‘raddrizzare’ Disney andò di pari passo con una serie di cose. Da un lato significava negare il roditore che aveva popolato tanti fumetti popolari a basso costo [i libretti noti come akahon, spesso copie e cloni 'pirata', pieni di pseudo-disney locali] e l’etica produttivista di cui la loro inventiva era imbevuta. Dall’altro, significava ripescare Topolino da quell’appropriazione e rimetterlo nelle condizioni di un’idea di autorialità. In sostanza, per Tezuka significava riposizionare Disney come un esempio di genio e laboriosità, contro un mainstream che lo aveva visto principalmente come un talentuoso showman e un burlone. Significava, per Tezuka, prendere a vedersi sempre più sotto la luce di Walt Disney stesso.

Disney come modello per Tezuka e, da quella consapevolezza in poi, Tezuka come modello ‘nuovo’, impegnato in una battaglia culturale volta da un lato a migliorare la qualità tecnica e grafica, ovvero i processi produttivi (la contestazione fatta da Tezuka ai vecchi metodi di riproduzione kakihan), e dall’altro ad elevare lo status di un prodotto ‘basso’ come gli pseudo-mickeymouse, ovvero a rilegittimare la figura del loro autore e inventore.

Una bella analisi, quindi, quella di Holmberg: sull’uso e la riappropriazione dei modelli-standard, e sull’idea di “qualità industriale” nel fumetto. Una piccola esplorazione, forse, ma che ci ricorda una grande parabola economica e creativa: quella di un’industria del fumetto e dell’animazione – quella giapponese – che spinta da questa genealogia muterà al punto di diventare, in pochi decenni, il mercato leader sulla scena mondiale.

 

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