Fumetti italiani (visti dalla Francia)

Si parla di fumetto italiano più del solito, in queste settimane, nel mondo dell’informazione e della critica francese. Vediamo a proposito di cosa, e come.

La più recente recensione riguarda il volume Tranches napolitaines, antologia realizzati da 4 autori (Alfred, Mathieu Sapin, Anne Simon, Bastien Vivès), che presenta racconti brevi realizzati nell’ambito di un progetto di residenza d’artista. Un’iniziativa organizzata nel 2009 da Napoli Comicon, e finalizzata al progetto editoriale prodotto da Dargaud (in Italia, tradotto da Tunué). La recensione del magazine BoDoi non è un granché positiva. Il problema che solleva – più o meno implicitamente – questo caso, sta nella recente moltiplicazione di queste residenza d’artista. Fra le tante, ricordo quelle che hanno generato i volumi Japon, Korée e Chine, tutti pubblicati da Casterman. Sebbene siano occasioni preziose, volte a stimolare la creazione di ‘esplorazioni narrative’, indagini del territorio spesso in contesti culturali ‘distanti’ dall’esperienza degli autori, sembra ormai di vedere un meccanismo standardizzato. Come è già stato notato da molti lettori e dalla critica, queste residenze sono periodi molto brevi, insufficienti a garantire una progettualità intensiva e dedicata. Una condizione che, invece di guardare a un orizzonte quasi “etnografico”, fa somigliare i progetti ad una mera committenza commerciale – solo a tema “geo-culturale”. Il rischio è di produrre effetti indesiderati: il pittoresco invece dell’indagine, una visione turistica piuttosto che una autentica scoperta. Insomma, un rischio di stereotipizzazione che, anche quando non arriva all’esotismo, pare ormai dietro l’angolo.

Due volumi di autori italiani hanno riscosso, invece, un ampio successo critico. Si tratta dei lavori di Manuele Fior, con Cinq mille kilomètres par seconde, e Alessandro Tota, con Terre d’accueil. Entrambi i libri, publicati da Atrabile e da Sarbacane, saranno presentati in edizione italiana da Coconino Press proprio nei prossimi mesi (anteprima, per Tota, durante il salone napoletano Comicon). Di Tota è stato apprezzato il tono “finto naif” con cui ha affrontato il tema dell’immigrazione e del destino degli stranieri in Francia, “terra d’accoglienza” contraddittoria e paradossale. Intorno al lavoro di Fior, poi, si sono spesi aggettivi pesanti, come disegno sublime e acquarellista prodigioso.

Il successo di Manuele sembra quindi determinato dalla suadente bellezza visiva, sia nel segno – una linea vitale e sinuosa – che nel colore, con cui dà prova di grande sensibilità espressiva, tenendosi lontano da derive decorative o estetizzanti. In questi due casi mi pare interessante sottolineare i segni dell’autentico apprezzamento critico (testimoniato per es. da BoDoi). I giornalisti non si sentono in dovere di fare comparazioni, ricostruire filiazioni o abbozzare genalogie. Fior e Tota non sono visti come epifenomeni di una qualche “tendenza italiana”, né come “figli di un dio minore” (il rischio del paragone con Mattotti, in particolare per Fior, è evitato), ma come autori di opere interessanti di per sè. Un apprezzamento guadagnato sul campo. Una buona ipoteca sul loro percorso futuro.

Poi c’è il porno. Già: Actuabd recensisce con entusiasmo una riedizione dei lavori di Leone Frollo, parlando di “favoloso lavoro grafico”. Lo dico schiettamente: ritengo Frollo sopravvalutato. A suo tempo, nel suo (per certi versi ingrato) mestiere fu certamente un autore realistico in grado di distinguersi per una certa grazia, che risaltava però soprattutto grazie al fatto di collocarsi in un contesto artisticamente dozzinale. Le ambientazioni retro’ e decadenti, che ne hanno fatto un autore di porno in costume, e le numerose protagoniste lesbo-soft, hanno costituito un marchio di fabbrica se volete piacevole (il maschilismo ha i suoi criteri di gusto…). Ma il suo lavoro resta interessante solo se osservato in un’ottica socioculturale, come percorso dotato di tratti relativamente personali ed eccentrici. Nulla a che vedere con certi atteggiamenti di valutazione artistica – che portano ad attribuirgli uno stile “favoloso” o “raffinato” – che, a miei occhi, restano ingenui tentativi di rilegittimazione culturale, messi in atto da una sacca della fumettofilìa composta da appassionati allevati a una fan culture residuale e sorpassata, e/o da chi intende sfruttarla commercialmente stuzzicandone gli istinti…di consumo (e la iper-consapevole collana Erotix, curata da Vincent Bernière, lo sa benissimo).

Infine, Jean-Pierre Dionnet – uno dei padri fondatori della mitica rivista Métal Hurlant – scrive un inatteso endorsment per la serie bonelliana Magico Vento, recentemente tradotta in francese da Mosquito con il titolo di Esprit du Vent. Dionnet, spesso attento alla produzione italiana, inquadra Magico Vento nel contesto delle differenze strutturali tra fumetto italiano e francese, arrivando a paragonare il fumetto Bonelli alle serie televisive contemporanee, di cui sarebbero il solo equivalente fumettistico in Europa. Un altro punto qualificante, per Dionnet, è la bontà del disegno di Frisenda: stile industriale da “prodotto di massa”, ma di elevata qualità media.

Non si può certo contestare che la serialità Bonelli, mensile e consistente (100 pagine-mese), non sia un modello unico, in grado di tenere botta in circuiti del consumo massivo come le edicole. Così come si deve riconoscere che Frisenda è un professionista affidabile e un “milazziano” di ottima qualità. Tuttavia il paragone con le serie tv contemporanee pare fuori luogo: strano che Dionnet non riconosca come le strutture narrative delle serie francesi popolari, spesso, sono molto più vicine alla scrittura multistrand tipica delle serie tv, a differenza dei più tradizionali plot di matrice feuilletonistica italiani. Ancora più capziosa, poi, pare la contrapposizione tra prodotto popolare italiano e i cartonati a colori francesi, cui Dionnet dedica molte più parole che non all’analisi in sè del prodotto di Manfredi.

Dionnet dice infatti di “invidiarci” i Bonelli, così come certi italiani gli dicevano di invidiare quei cartonati. Questi cartonati non sono infatti che la ‘forma’ del fumetto popolare francese, e non certo un “consumo di lusso” contrapposto a un consumo popolare: sono cose diverse (formato, distribuzione, retail) in mercati diversi. Ma il pubblico (e il posizionamento) non cambiano: sempre popolari sono. La necessità di inquadrare Magico Vento nel contesto di mercato italiano, dunque, viene da un atteggiamento culturale: Dionnet si pone in una prospettiva evidentemente nostalgica, e riproduce vecchie mitologie che non hanno molto a che fare con la qualità ‘intrinseca’ di Magico Vento, quanto con la sua specifica percezione di un’identità culturale del fumetto italiano. L’Italia, patria del popolare “povero ma bello”. Uno stereotipo che porta fuori strada, perché toglie il terreno del discorso da sotto i piedi: se ci si dimentica che si tratta in entrambe i casi di produzioni popolari, e si guarda – per quella italiana – più alla sua ‘povertà’ che alla sua identità popolare, ogni giudizio critico sarà viziato da questa sorta di “eccezionalità”. Un errore prospettico antico, che lascia poco spazio alla valutazione critica di merito, al netto di un melmoso mélange tra pietà, snobismo e – in fin dei conti – una certa confusione culturale da parte di Mr. “Angelo del Bizzarro”. UPDATE: Dionnet entra nel merito di Magico Vento con un nuovo post, in cui azzarda anche un paragone Bonelli/manga – ne parlavo a Napoli qualche settimana fa: delicato ma sensato – e scrive “non ditelo in giro: è uno dei migliori fumetti attualmente disponibili sul mercato francese”.

Y en a donc pour tout le monde, mon ami, n’est-ce pas?

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Una Risposta

  1. “messi in atto da una sacca della fumettofilìa composta da appassionati allevati a una fan culture residuale e sorpassata”

    Bella questa sintetica considerazione. In Italia mi sembra che questa fan culture sia la quasi totalita’ della critica. Con pochissime eccezioni.

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