Sta per uscire in libreria un nuovo volume di saggistica curato da Alfredo Castelli. Si tratta di Fumettisti d’invenzione, ed è il racconto di un aspetto particolare della cultura fumettistica: la rappresentazione dell’autore nella fiction, dal cinema alla tv alla letteratura, fino al fumetto stesso.
Dopo anni spesi a costruire Eccoci ancora qui – una vasta e preziosa ricerca documentale sul fumetto statunitense tra 800 e 900 – Alfredo ha realizzato un ulteriore, compulsivo labour of love. Un libro piacevole e insieme utile, sia per i fumettofili più curiosi che per gli studiosi in cerca di reference sul tema dell’autore di fumetti, dall’Ottocento a oggi. Ve ne presento qui qualche breve estratto – in anteprima (il libro, edito da Coniglio Editore, dovrebbe essere in distribuzione dopo Pasqua).
Iniziamo da un dato. Domanda: quali sono stati gli autori – tra i reali protagonisti della storia dei comics – più citati al cinema, in tv ecc. (direttamente o indirettamente) nel corso dei decenni? Secondo Castelli sarebbero tre: Al Capp e la coppia Jerry Siegel e Joe Shuster. Si tratta di nomi non molto noti al grande pubblico, anche se grandi – grandissimi – protagonisti per i lettori più competenti. Al Capp fu infatti l’autore della striscia Li’l Abner; Siegel (sceneggiatore) e Shuster (disegnatore) sono invece i creatori nientepopodimenoché di Superman. Come ricorda Castelli :
Il personaggio della realtà più caricaturato e ricorrente nei racconti interpretati da fumettisti d’invenzione è Al Capp, comparso come se stesso nel film That Certain Feeling e divenuto di volta in volta Cal App, Hal Yapp, Hal Rapp (2 volte), Al Slapp, Al Happ; in particolare ricorrono citazioni alla sua faida con Ham Fisher. Seguono Jerry Siegel e Joe Shuster, comparsi come se stessi nel romanzo The Book of Lies e ribattezzati MacIntosh and Baldwin, Jerry Spiegel and Joe Schumaker, Spiegel and Shulman; in particolare le storie fanno riferimento alla lunga vicenda legale che li vide contrapposti alla DC Comics.
La prima osservazione che va fatta è che stiamo parlando di autori la cui massima visibilità risale a 50 e passa anni fa. Il che porta con sè una serie di – più o meno ovvie – considerazioni:
1) autori abitualmente citati dai media come “riferimento classico” per la figura dell’autore di fumetti (penso agli americani Stan Lee o Art Spiegelman, o agli europei Hugo Pratt, Hergé, Manara) non sono certo i più presenti nella storia degli immaginari. Perché? Le ipotesi sono diverse, ovvero:
2) che l’immaginario di mezzo secolo fa ritenesse particolarmente ‘importante’ la figura del fumettista (ergo: il fumetto era ‘socialmente più rilevante’)
3) che autori pur molto visibili negli ultimi 10/20 anni (penso ad Art Spiegelman, Frank Miller, Alan Moore) non hanno raggiunto lo stesso statuto di “figure di riferimento” (ergo: gli autori erano considerati “marche simboliche del fumetto” più di quanto non accada oggi)
4) che l’idea di “riferimento classico” cambia nel tempo – e magari fra 30 anni noteremo che Stan Lee è stato più citato di Al Capp. Ma dubito: Capp e Siegel e Shuster furono molto citati proprio mentre erano in vita, e Stan Lee (o Spiegelman, o Moore, o…) non mi pare già “presente”, oggi, quanto loro nelle rispettive epoche.
5) “non c’è più il fumetto di una volta” [ipotesi per tutte le stagioni]
Un inciso. E’ un peccato, Alfredo, non avere incluso qualche piccolo dato statistico per ‘illustrare’ questi fatti. Ovvero: fatta la catalogazione, sarebbe stato utile (e, in fondo, uno sforzo aggiuntivo relativo) compiere un lavoro di – come potremmo dire in gergo scientifico – “analisi quantitativa delle occorrenze”. Immagino un’analisi anche minima e parziale, fatta su un numero ragionevole di autori (magari una dozzina) e su un numero ristretto di variabili (quante volte? in che epoca? in che medium?), per “fare parlare i fatti” anche attraverso una sintesi un po’ organizzata. So bene che questo volume non può essere esaustivo, ma comunque resterà a lungo una raccolta difficile da battere. Credo perciò che qualche grafico che faccia “sintesi” potrebbe comunque offrire indicazioni attendibili. Un’appendice online?
Dall’analisi delle opere incluse nel volume, Castelli trae ulteriori elementi di riflessione. In particolare, pone una domanda: quali sono i temi più ricorrenti nelle storie considerate, e quali attributi sono associati con maggior frequenza ai fumettisti? La lista è lunga, e Alfredo propone una schematizzazione in questo modo:
• Il cartoonist è ritratto come un personaggio ricco e famoso; un sex symbol; un individuo insolito, bizzarro, originale; un artista rivoluzionario, tormentato o psicologicamente fragile; un assassino psicopatico.
• Il cartoonist fa cose tecnicamente poco plausibili sul piano fumettistico (vignette disegnate singolarmente su fogli separati, disegni a penna a sfera, disegna a una velocità impossibile; disegna la sera ciò che viene pubblicato la mattina seguente, eccetera).
• Il cartoonist pubblica immediatamente i suoi lavori e raggiunge il successo senza alcun tirocinio.
• I fumetti sono identificati solo con i fumetti dell’orrore oppure interpretati da supereroi più o meno violenti.
• La vicenda o una sua parte è ambientata nella redazione di un rivista a fumetti, in un negozio di fumetti, in un salone di fumetti.
• Il cartoonist sogna a occhi aperti e noi vediamo i suoi sogni.
• Il cartoonist crea le sue trame attingendo esclusivamente da esperienze dirette.
• Il cartoonist ha una crisi creativa.
• La crisi creativa del cartoonist si risolve con l’intervento di una donna.
• Il cartoonist si identifica con il suo personaggio a fumetti e si traveste e si comporta come lui.
• Il cartoonist è un ragazzo/a; il fumetto accompagna il suo passaggio dall’infanzia all’adolescenza, o dall’adolescenza all’età adulta.
• Il cartoonist è una ragazza; la sua produzione riflette la sua vita sentimentale.
• Il cartoonist ruba, ha rubato o cerca di rubare il personaggio di un collega o di un assistente.
• Il cartoonist teme che il suo personaggio sia modificato nella versione cinematografica.
• Un personaggio classico viene ripreso e modernizzato rendendolo violento.
• Realtà e finzione narrativa si intrecciano.
• Il cartoonist viene imprigionato nel suo stesso disegno.
• Il personaggio esce da un disegno e attacca il cartoonist.
• Il personaggio di un fumetto prende vita, “veramente” oppure grazie a un trucco.
• Uno o più crimini si svolgono esattamente come in un fumetto
• In un fumetto è nascosto un messaggio o un significato segreto.
• Un fumetto è in grado di condizionare chi lo legge.
Ecco quindi un ritratto degli ambienti, situazioni, pratiche e routines professionali che hanno caratterizzato la storia della condizione sociale del fumettista. Ma Fumettisti d’invenzione, individuando una serie di topoi narrativi e di simboli all’interno degli immaginari – almeno quelli incorporati dai prodotti (narrativi) dell’industria culturale – non è solo una ricostruzione dei “significati” attribuiti alla personalità e al ruolo dell’autore: è un ottimo contributo per comprendere qual è (stata) la percezione culturale del fumetto.
Un ultimo aspetto. Da autentico e appassionato storico, Castelli fornisce la sua sintesi più efficace quando prova a ricostruire il percorso o la “genealogia” della figura dell’autore. E ci presenta, in un breve racconto che ha il sapore di una “storia sociale della cultura” fumettistica, che:
La figura del fumettista in senso moderno cominciò ad affermarsi in USA nella prima decade del ‘900, quando il mezzo aveva acquisito un nome (“Comics”) e un supporto fisso (i quotidiani dei giorni feriali e i loro inserti a colori della domenica). La prima generazione di cartoonist si era formata nelle riviste satiriche pubblicate in USA fin dalla metà del 18° secolo; nei tardi anni 1890 se ne sviluppò una nuova che aveva esordito direttamente nei quotidiani [...]
Ovvero: come sempre, è la più matura fase dell’istituzionalizzazione – e non le “origini” – del medium che offre le condizioni finalmente adatte per la produzione di simboli con cui (auto)rappresentarsi. Quindi è in questo momento – e non prima, in epoca Topfferiana – che questa ‘figura’ inizia a popolare le rappresentazioni dell’informazione. Fino ad offrire all’identità del “fumettista” una configurazione mano a mano più definita, fatta di alcuni tratti dominanti e attributi ricorrenti. Alfredo, non senza ironia, li sintetizza così:
Inaugurando un vizio che perdura ancor oggi, i giornalisti non specializzati presero l’abitudine a interessarsi più dei lati folkloristici dei fumettisti che della loro produzione, occupandosi di viaggi, case e auto lussuose, matrimoni, divorzi, attività benefiche e contratti milionari. Il passo successivo fu logico e inevitabile: i cartoonist, da creatori di fiction, ne divennero protagonisti trasformandosi in fumettisti d’invenzione. Il primo rappresentante della categoria è probabilmente l’ignoto protagonista del film muto The Little Terror [...]
del 1917.
Proprio da questa ricostruzione prende avvio il volume, al capitolo “L’invenzione dei fumettisti”. Le altre sezioni che troverete sono: Fumetti, Narrativa, Cinema, Televisione, Altri media (teatro, radio, giochi, videogiochi). Una lettura insomma che invita alla scoperta, diverte e svaga, regalando un tot di autentica curiosità. E in fondo ci invita pure a giocare, come in un bizzarro Trivial Pursuit fumettologico. Un vero piacere, splendidamente geek: una riuscita “vertigine della lista“.
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peccato che nelle anteprime non vi siano esempi italiani…
mordente: hai ragione (e avrei potuto integrare). Ma nel libro non mancano.