[Angouleme 2010] Studiare (e insegnare) fumetto in Angoulême

Non ci sono esperienze migliori, per un ________-ologo [fill in the gap at your choice] che le esperienze di classe ben riuscite. Un gruppo di persone entra in aula. Qualcuno come studente, qualcun altro da docente. All’uscita, tutti se ne vanno con la sensazione di avere vissuto un’esperienza – fatta di conoscenze, prospettive, suggestioni – sia utile che nutriente.

È il secondo anno che vado a insegnare, per qualche giorno, all’Ecole Européenne Supérieure de l’Image di Angoulême, nell’ambito del primo Master in Fumetto – una specie di Laurea triennale più complicata (ah, i francesi) – nato nella vecchia Europa. Un esperimento di didattica del fumetto nuovo e ambizioso. Che prosegue l’esperienze da accademia d’arte della scuola angoumoisina, ma in cui si respira l’aria frizzante di un piccolo esperimento culturale. Gli studenti sono felici – e sono loro a dirmelo – perché in aula trovano non solo pratica ma anche teoria, non solo disegno/colore/grafica ecc ma  anche “fumettologia pura”.

(Photo : Danielle Birck/ RFI)

Prendere parte a quest’avventura fin dal debutto – insieme al collega Fabio Gadducci, compagno di progetti “fumettologico-storiografici”, è stato un onore, una vera occasione di scambio e persino un divertimento, condiviso con un bel gruppo di colleghi preparati ed eclettici come Thierry Smolderen, Paul Gravett, Thierry Groensteen, Wang-Kyung Sung (il professore d’arte – sudcoreano – che dal 2003 incarna per me una specie di ideale : il prof/artista che avrei sempre voluto incontrare, sin da ragazzino).

Rispetto alle scuole di fumetto italiane, almeno per quel che ho conosciuto, un contesto assai diverso: un po’ indietro per le strutture decadenti, da accademia d’arte vecchio stile (con aggravante: il cibo francese nelle tavole calde intorno), ma anni luce avanti per lucidità e richezza formativa.

Fanny Grosshans

La volta scorsa, in particolare, ero rimasto colpito da due aspetti: la curiosità palpabile di studenti e docenti, e la qualità media dei lavori – a tratti fenomenale. Reincontrando nei giorni scorsi alcuni ‘vecchi’ studenti, ho avuto conferma delle vecchie impressioni scoprendo che, tra loro, qualcuno ha anche già firmato contratti di ‘debutto’ con editori importanti (per esempio con Delcourt per la collana ‘Shampooing’ firmata da Trondheim).

Quest’anno, in aula, ho incontrato una decina di ragazzi e ragazze. Naturalmente diversi tra loro, ma tutti autenticamente dotati in idee e in stile – chi più originale chi meno, chi più confuso e chi più focalizzato. Nell’ultima mezza giornata abbiamo discusso i lavori e progetti di 5 tra loro. Qui di seguito trovate un’immagine per ciascuno di loro (merci à vous tous, donc, chers élèves).

Morgane Parisi

Non sono progetti finiti, ma libri cui stanno cercando, con fatica e con passione, di dare una forma. Discutendo insieme ho provato, con Gadducci, a offrire loro la sponda di altri riferimenti, anche italiani (Fanny: Giaci Mondaini est ici) senza negarmi qualche schietta osservazione (un giorno scriverò di un problemaccio che affligge i giovani autori: il lettering ‘istintivo’), spaziando tra esempi ottocenteschi e arte contemporanea. Un mix che mi pare sempre funzionare, perché nella pochezza di esempi che arrivano dalla stampa specializzata e dai (pochi) saggi di storia o critica, la cultura del fumetto fa ancora una fatica assurda a mettere insieme il passato lontano e le sperimentazioni in settori limitrofi.

Robin Cousin

Nei loro progetti ho trovato di tutto. A differenza dell’Italia, in cui la tendenza delle scuole è ‘formattare’ i ragazzi con una specie di “ideologia dei generi” ingenua e passatista, qui si cerca di accogliere di tutto, mescolando progetti popolari e di ricerca, senza troppa preoccupazione. Un progetto avventuroso di ambientazione storica con echi di Blain e Magnus (Erik Driessen), un lavoro umoristico post-trondheimiano che ha un vago gusto costruzionista (Robin Cousin), la vicenda sentimental-avventurosa di “Ulrik e Léna gli extraterrestri” immaginata à la Saul Steinberg (Fanny Grosshans), un’indagine di stampo quasi etnografico stesa su lunghissimi rulli (Morgane Parisi), un viaggio onirico e inquietante nelle relazioni uomo-donna, tra Burns e Hornschemeier (Álvaro Nofuentes).

Erik Driessen

Idee avventurose accanto a diari in soggettiva, ricerca formale ed esplorazione interiore, tavole su griglia classica e illustrazioni galleggianti nello spazio bianco della pagina. Un insieme di stili che, ne sono certo, daranno vita a lavori e percorsi artistici anche molto distanti: qualcuno si dedicherà all’illustrazione, qualcuno al fumetto “indipendente”, qualcun altro finirà presto a produrre serie popolari.

Ma a prescindere dal destino che avranno, sono ragionevolmente certo che lavoreranno senza appiattirsi  ad essere (come si dice nel gergo della critica cinematografica) degli shooters: non meri esecutori, ma veri – piccoli o grandi – creatori.

Álvaro Nofuentes

Questa classe, inoltre, mi ha anche fatto ripensare al mio lavoro. O almeno a certe esperienze di insegnamento recenti. E al fatto che insegnare a giovani artisti, spesso, non è come insegnare a studenti di altre discipline. Nel bene e nel male, sia chiaro. Nel male, perché i giovani artisti non sono mai trasparenti fino in fondo, perché non hanno la stessa idea di cosa sia un “metodo”, e perché – pure a parità di ‘testa’ – sono di certo meno ‘performanti’ di un giovane aspirante ingegnere o manager (e sia detto con stima). Eppure è come se ci fosse qualcosa di segreto, in loro, che altri studenti non hanno. Qualcosa custodito nei dettagli dei loro modi di fare, nascosto in angoli strani del loro guardarsi intorno, ascoltare e reagire alle ‘lezioni’. Probabilmente la ricerca di un percorso – quello dell’espressione di sé – che in fin dei conti non ha sempre senso provare a comunicare a parole.

I giovani artisti hanno (sono) come una foresta di simboli, difficile da decifrare. E il loro sforzo di “tirare fuori” da quel calderone post-adolescenziale una strada espressiva ha qualcosa di emozionante. Tanto più quando accade in un contesto di interazione anche un po’ intimo, come in un’aula.

PS. Dopo otto giorni di Angouleme, finalmente verso casa (pastasciutta: arrivo), permettetemi di fare un po’ il sentimentale. Lunedì sera, dopo la chiusura del festival, sono stato alla festa di “fine festival” che Smolderen organizza ogni anno coi suoi ex ‘laureati’. Niente di più che un cous-cous, fiumi di vino e gran chiacchiere in una splendida ex fattoria un po’ sperduta e decadente. Nella stima e nell’affetto per Thierry di queste persone (noti o ignoti autori che siano), è facile riconoscere gli ‘indizi’ di una dinamica formativa che funziona davvero. Il segno di chi, tra CoconinoWorld e l’EESI, sa di avere vissuto un’esperienza intellettuale e artistica importante. Perché studiare&insegnare sono una gran fatica. Anche nel fumetto. Ma quando tutto funziona, a passare tra le persone è un’energia quasi emotiva: la versione bonsai di una vera amicizia. Ad Angouleme non c’è solo il tritatutto del Festival, ma anche lo spazio per un’esperienza di crescita più profonda, di cui Smolderen è il dimesso, simpatico attrattore. E i frutti arrivano. Piano piano.

Una Risposta

  1. [...] anche per quest’anno, è finita. Terminato l’abituale ciclo di lezioni al Master in Fumetto dell’EESI di Angouleme, torno a casa con l’ennesima doppia conferma: del talento [...]

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